Il 7 settembre 76 euro, lunedì 10 settembre 89 euro, giovedì 13 settembre 91 euro. Si tratta del livello del PUN, il prezzo medio per il MWh di elettricità italiana fissato in Borsa Elettrica, raggiunto in questa prima metà di settembre.

Nuovi picchi di una crescita che non si è mai arrestata, dalla primavera in poi: da 49 euro di aprile (poco più che nel 2017), fino ai 67 euro di agosto. A metà settembre la media è già schizzata a 75 euro.

Con ogni probabilità a ottobre, quando si annunceranno le tariffe per il trimestre successivo, agli italiani, privati e industrie, arriverà una bella mazzata in bolletta.

Per capire il perché di questa escalation, abbiamo chiesto lumi a Giacomo Ciapponi, economista della società milanese di consulenze energetiche milanese Ref-E.

«In realtà il fenomeno non è solo italiano, i prezzi sono in crescita in tutta Europa, per esempio venerdì 14 aprile il prezzo del MWh in Francia era di 46 €, in Germania 37 e in Gran Bretagna 65. Il 13 settembre i prezzi del MWh sono stati 75 € in Francia e Germania, 71 in Gran Bretagna».

Questo quindi ci dice che si tratta di cause esterne di largo respiro, non di problemi, per esempio, legati alla rete o a una qualche centrale italiana fuori uso o di problemi di importazione dall’estero?

«Sì è così, anche se non escludo che nel picco italiano molto alto di giovedì 13 settembre ci sia anche lo zampino di qualche manovra speculativa degli operatori o problemi di fornitura legati a una centrale chiusa o restrizioni nel flusso di corrente fra le varie zone di prezzo: si nota infatti che il prezzo nell’area sud Italia, 82 € contro i 92 del nord, sia un po’ più basso che nel resto della penisola, probabilmente per l’effetto calmierante locale delle rinnovabili, eolico in testa. Però, per sapere se questo sia avvenuto servirà qualche giorno di studio dei dati di produzione e dei flussi».

Da notare anche come la Sicilia, con un prezzo medio quel giorno a 105 €, nonostante la nuova interconnessione con la Calabria di cui abbiamo più volte parlato, continui a chiedere un prezzo altissimo per la sua elettricità, dimostrando come quella interconnessione si sia rivelata largamente insufficiente ad avvicinare il prezzo dell’isola al PUN medio italiano.

Problemi isolani a parte, quali sono allora le cause di questo continuo aumento del PUN?

«La prima è ovviamente la crescita del prezzo del petrolio, che trascina con sé anche quello del metano, con cui si produce buona parte dell’elettricità europea e la maggior parte in paesi come Italia o Gran Bretagna: il primo aprile 2018 il WTI era a 63 € al barile, da maggio ad ora il prezzo ha continuato a oscillare intorno ai 70».

Questo però non spiega la crescita durante l’estate, quando il greggio, appunto, è rimasto stabile.

«Per capire quello bisogna vedere direttamente il prezzo medio europeo del metano: era 25 € al MWh termico ad agosto e ha toccato ora i 30 €/MWh. Quei 5 euro in più diventano circa 10 in più sul MWh elettrico, a causa delle perdite di conversione. A questo si deve aggiungere la crescita del prezzo della CO2, che ha influito sul costo dell’elettricità da fossili, carbone e lignite in testa, ma anche metano: ad agosto si era a 19 € a tonnellata, ora siamo a 22. Questi 3 euro in più per la CO2 pesano per un circa altro euro sul MWh elettrico; prezzi che vengono scaricati interamente dalle utilities nei costi di produzione, a carico del consumatore finale».

Le condizioni climatiche dell’estate hanno influito in questo?

«Certo: il gran caldo in nord Europa ha aumentato i consumi elettrici, mentre si è ridotta la produzione eolica, e in certi periodi, anche quella da nucleare e carbone, che avevano problemi a scaricare le acque di raffreddamento nei fiumi (vedi “Un’altra estate torrida in Europa impatta sulla produzione termoelettrica“). Ciò ha portato a picchi molto alti nel costo del metano e della relativa elettricità. Questo, a sua volta, ha fatto sì che gli operatori del gas naturale in quei paesi aspettassero che il prezzo scendesse per riempire gli stoccaggi per l’inverno. Ma il prezzo non è sceso e ora si stanno tutti affrettando a trovare il metano da mettere nei depositi, facendo andare ancora più in su il prezzo, con conseguenze a cascata su tutta l’Europa, Italia in primis, essendo uno dei paesi che già paga più caro il gas naturale».

E perché, nonostante tutti i metanodotti che abbiamo, finiamo per pagarlo di più?

«Le ragioni sono molte e complesse, ma una delle principali è che il gas dall’Olanda e dalla Russia per arrivare da noi attraversa molti paesi, ognuno dei quali aggiunge i suoi diritti di transito, mentre il gas che ci arriva diretto dall’Algeria è particolarmente caro, essendo il suo prezzo legato a quello del petrolio. E la condizione attuale della Libia, ultimo nostro importante fornitore, la conosciamo…».

Quindi il Tap, il nuovo gasdotto dall’Azerbaijan che approderà nell’Adriatico, nuovo governo permettendo, sarebbe utile a calmierare i prezzi…

«In teoria, differenziando la fornitura, ci dovrebbe essere più competizione e quindi prezzi minori per i consumatori. Ma in realtà i russi mantengono i prezzi sempre a livelli più bassi della loro concorrenza, per non perdere mercato, e sarà difficile che quel gas azero possa batterli. Inoltre, questa nuova fornitura va vista più in una ottica europea, che italiana: la produzione olandese sta rapidamente calando e altrettanto si prevede farà quella norvegese fra qualche anno, l’Europa ha un disperato bisogno di trovare nuove fonti di metano, senza legarsi ancora di più alla Russia, come rischia di fare con il nuovo gasdotto North Stream verso la Germania. Insomma, più che far abbassare i prezzi il gas, il Tap sarà un tentativo di non farli crescere troppo».

Ci salveranno i rigassificatori, allora?

«Beh, una nave carica di LNG, il metano liquido, a differenza di quanto avviene con il legame obbligato fornitore-cliente dei gasdotto, fa presto a deviare verso il miglior offerente, che oggi è l’Asia, Cina e Giappone in testa. Il LNG è già caro di suo, per le perdite connesse al processo di conversione gas-liquido-gas e per il trasporto; aggiungiamoci la concorrenza al rialzo che consente e vedremo che sperare in quello per abbassare i costi dell’energia è un po’ ingenuo. Unica nota positiva: tutti gli impianti di liquefazione negli Usa, paese che vuole esportare il suo metano da fracking, per ora, sono sull’Atlantico, quindi agli americani può convenire esportare da noi più che in Asia, anche per renderci meno dipendenti dai russi, e magari offriranno LNG a prezzi relativamente bassi».

Mi pare di capire, allora, che questi alti prezzi del PUN ce li terremo ancora a lungo.

«Quasi certamente per l’intero inverno, visto che quella è storicamente la stagione in cui il metano costa di più. Speriamo che idroelettrico e altre rinnovabili facciano un po’ da calmiere. Per finire però con una nota positiva, consideriamo che se anche un PUN alto ci porta a bollette più pesanti, almeno favorirà grandemente le nuove rinnovabili: con il kWh così caro e con poche speranze che scenda sostanzialmente, eolico e solare hanno la strada spianata per essere le fonti più competitive sul mercato europeo, anche senza incentivi, il che dovrebbe moltiplicare la loro installazione».

articolo: Qualenergia.it 14/09/2018